“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.”
“Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.”
Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione.”
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude…” “Il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. L’inflazione è l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per es. che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.”
Quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.”
“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.
“I partiti di oggi sono... federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”
L'Italia, nella lotta alla corruzione, che “inquina e distrugge il mercato, non arriva alla sufficienza”
L'Italia, nella lotta alla corruzione, che “inquina e distrugge il mercato, non arriva alla sufficienza”. E' il giudizio che Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei conti, esprime in un'intervista a Repubblica, denunciando altresì che non vede “un vero, reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale” rispetto alla “mala amministrazione”. Insufficienza nella lotta alla corruzione, spiega Giampaolino, perché “si è proseguito sostanzialmente con un'azione, peraltro episodica, soltanto repressiva” mentre la lotta deve essere “di sistema”, “deve iniziare dalla selezione qualitativa e di merito degli operatori, sia pubblici che privati. Proseguire con il controllo e la vigilanza sul loro operato. Concludersi valutando i risultati”.... continua www.rassegna.it
Diaspora
L'Italia, nella lotta alla corruzione, che “inquina e distrugge il mercato, non arriva alla sufficienza”
l’eclissi della questione morale
Il clima cambia perché il re non ama apparire nudo. La politica, tutta la politica, vive di credibilità e di consenso. Perciò la politica non ama che la magistratura disveli troppo in fatto di corruzione o collusioni con la mafia, perché ne diminuisce la credibilità complessiva. È un atteggiamento trasversale, sia pure con enormi, stellari differenze tra gli schieramenti. La politica rivendica il suo primato, ed è sacrosanto che lo faccia, ma dovrebbe rivendicarlo facendo le leggi giuste, anche sulla base di alcune esperienze giudiziarie. Cosa che non è quasi mai avvenuta: anzi, alcuni il primato della politica lo concepiscono più che altro comeTratto da Un magistrato fuori legge
sottrazione di sé ai controlli. Infine, a un certo punto si comincia a dire (più che altro come petizione di principio, senza troppe verifiche) che l’antimafia non paga in termini elettorali, come non paga la lotta alla corruzione. Quindi non è il caso di parlare troppo di certe questioni. Anche questa, in una certa misura, è una tesi trasversale.
Si verifica, in sintesi, l’eclissi della questione morale. Negli Stati Uniti e nel
Regno Unito un’irregolarità sulla colf o sulla badante basta a stroncare carriere
politiche prestigiose; da noi non bastano le sentenze di Cassazione.
Nel saggio Che cos’è la mafia (ripubblicato da Editori Laterza nel 2002), Gaetano Mosca
scrive che il funzionario pubblico onesto «presto comprende (che) se vuole
combattere i soliti onorevoli usi a trescare colle cosche mafiose… dovrà intanto
essere esposto alle trame e alle calunnie che si ordiranno contro di lui a Roma». E
che «se non riesce, sarà addossata a lui la responsabilità dell’insuccesso».
Il testo è del 1900. Un secolo e 10 anni fa.
una coperta per il malaffare
Nessuno tocchi la Casta
Colloquio con Bruno Tinti di Gianluca di Feo
La riforma della giustizia? È diventata una paradossale lotta di classe. Perché gran parte della classe politica si batte da almeno 15 anni per paralizzare procure e tribunali. Ma è soprattutto una "questione immorale", che ha perso qualunque decenza. Bruno Tinti, fino a tre mesi fa procuratore aggiunto di Torino, ama definirsi "un cantastorie, che scrive e racconta quello che ha imparato": con un linguaggio semplice e diretto spara a zero sui programmi del governo. Tinti non è una toga rossa: piuttosto è una 'toga rotta', per parafrasare il titolo della sua fortunata opera prima, che non risparmia critiche nemmeno ai magistrati. E il suo nuovo libro, 'La questione immorale', è destinato a irrompere nel dibattito sulla riforma della giustizia, demolendo uno a uno gli argomenti del ministro Angelino Alfano. "È dai tempi di Mani pulite che la classe politica, senza distinzioni di partito, lavora per lo stesso obiettivo: conquistare l'impunità. In questi giorni ho ripensato a quando andavo in carcere per interrogare un bandito che voleva collaborare, un rapinatore o un ladro che aveva deciso di fare i nomi dei complici. Assistevo sempre alla stessa scena: mentre il pentito veniva accompagnato al colloquio, tutti i detenuti, non solo quelli che lui avrebbe accusato, lo riempivano di insulti e di minacce. L'omertà era un bene che andava difeso da tutti i delinquenti che avevano un interesse comune: l''infame' va bloccato perché sennò il sistema salta. Ecco, gran parte della politica adotta la stessa logica: non ha importanza quali sono i guai occasionali di questo o quel politico, c'è un interesse comune: l'impunità. Le intercettazioni, ad esempio, non si devono fare perché oggi può toccare a me, domani a te".
... leggi tutto su espresso.repubblica.it
“SE OGGI C’È UN PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA, È PIÙ UN PROBLEMA DI PRINCIPI CHE DI ISTITUZIONI... DOBBIAMO ESSERE DEMOCRATICI SEMPRE IN ALLARME.” Norberto Bobbio, “Risorgimento”, 1958 ---- Il problema più urgente: riformare la giustizia. Separazione delle carriere, non obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile dei magistrati, blocco delle intercettazioni telefoniche. Più che l’efficienza della giustizia ai politici sembra stare a cuore il controllo dei magistrati e la garanzia dell’impunità. Questo libro spiega il come e il perché. Basta togliere l’iniziativa al pm e metterlo alle dipendenze del potere politico. O gli si può togliere il controllo della polizia giudiziaria. O limitare le intercettazioni. Mentre polizia, servizi e quindi il governo per motivi di sicurezza possono intercettare migliaia di cittadini. Un enorme archivio segreto. E nessuno dice niente. In realtà molto si potrebbe fare per rendere più efficiente la giustizia. Subito. Tinti lo dimostra. E tutti lo sanno. Ma una giustizia che funzioni veramente fa troppa paura.
l'inizio della fine
LA REPUBBLICA DEI CAPIBASTONE di Ferdinando Imposimato
La situazione e' grave ma non e' seria, diceva Ennio Flaiano parlando dell'Italia del dopoguerra. Grave per l'ennesimo attacco del premier alla Costituzione con l'annunciata riforma della giustizia imperniata sulla limitazione della indipendenza del Pubblico Ministero e la modifica del CSM che, divenuto organo della maggioranza, provvedera' alla selezione dei vertici della magistratura giudicante fedele all'esecutivo.
Grave per la realizzazione della Repubblica Presidenziale che stravolgera' l'equilibrio tra i vari poteri delegittimando il parlamento, in vista della elezione al Colle del Presidente del Consiglio, grave per la realizzazione di un federalismo tutt'altro che solidale con l'emarginazione delle regioni povere, grave per la mancata soluzione del conflitto di interessi, grave per il consolidarsi di un regime sempre piu' tirannico dominato da una o due persone, grave per la progressiva concentrazione dei media nelle mani del Presidente del Consiglio o di cosche mafiose o camorristiche, grave per la umiliazione della scuola pubblica rispetto alla scuola privata, grave per la egemonia della Chiesa sullo Stato, grave per l'assenza totale di opposizione da parte del maggiore partito della sinistra, grave per l'esplosione della questione morale e criminale che coinvolge maggioranza ed opposizione nella indifferenza generale, grave perche' alcuni degli accusati di furto di milioni di euro (miliardi di lire) verranno candidati alle europee e ci rappresenteranno in Europa, come accadde ai tempi di Salvo Lima, grave per l'illegalita' diffusa che porta a sconfessare i magistrati rei di avere scoperto le malefatte del ceto politico di destra e di sinistra, accomunati da una gestione criminale del potere sempre piu' nelle mani di... continua su la voce delle voci












