Berlusconi, Bossi e la Bibbia
16 aprile 2009, scritto da alessandro cascone
Bocciata l’idea di accorpare la data del referendum con quella delle elezioni europee. E’ la triste notizia che rimbalza su tutte le prime pagine dei giornali di oggi. Effetto a breve della bocciatura il mancato risparmio di circa 460 milioni di euro, cifra che bastava a coprire, da sola, quasi il 50% dei primi, urgenti e improcrastinabili interventi stimati per la ricostruzione in Abruzzo a seguito del sisma del 6 aprile scorso.
Berlusconi, padre padrone del maggior partito italiano, alla fine ha ceduto al ricatto padano di Bossi e della Lega.
Rompere anzitempo con un alleato fedele e decisivo nell’ultima come nelle passate tornate elettorali è stato giudicato un rischio, evidentemente, se non troppo alto quantomeno inopportuno da correre adesso senza avere, ancora, la certezza matematica di poter avere quel 55% di seggi necessario a governare senza dover chiedere niente a nessuno senza pizzichi sulla pancia.
Bossi e i verdi paladini delle tante lotte contro Roma ladrona che sperperava i soldi degli operosi e onesti cittadini del Nord-Est, locomotiva dell’economia italiana, delle tante grida contro quel Sud che con le varie ricostruzioni post-sisma (Belice 1968, Irpinia 1980) aveva spolpato le casse dello Stato italiano come un osso lanciato in un canile di cani famelici, alla fine hanno deciso di boicottare l’accorpamento delle due date, quella del referendum e quella delle elezioni europee per una pura e semplice ragion di Stato. Già, ma di quale Stato ? Appurato che non è lo Stato italiano che sicuramente avrebbe beneficiato di quel notevole risparmio (460 milioni di euro) a prescindere dalla destinazione di quei soldi, di quale Stato si trattava ? Forse del tanto sospirato...
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Il porcellum padano è salvo
La penisola dei mafiosi
L'Italia del pizzo e delle mazzette....
Tra corruzione e violenza, la fotografia di un Paese ostaggio della criminalità organizzata.
Bruno De Stefano
Sfogliando le pagine della nuova fatica letteraria di Bruno De Stefano, “La Penisola dei Mafiosi”, si riceve un’amara sorpresa visto che la penisola italica, “quel ponte verso l’Africa” non è più solo la terra di poeti e naviganti ma, purtroppo, “un Paese ostaggio della criminalità organizzata”.
Quattro, o forse cinque, organizzazioni criminali che hanno corrotto l’economia ed una trasversale rappresentanza della classe politica di cui, adesso, sono anche parte integrante con i loro rappresentanti.
L’analisi compiuta da De Stefano è completa e soddisfacente, dura, spietata e a tratti inquietante. Una fotografia di un Paese che sembra compiacersi quando sottoscrive patti con mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita e mafie straniere. Se volessimo, erroneamente, attenerci all’idea lombrosiana dovremmo convenire che, probabilmente, una parte del nostro dna è compromesso già prima della nostra nascita.
Una situazione che è oramai degenerata e che vede addirittura la Lombardia assicurarsi un non incoraggiante quarto posto, dietro Sicilia, Calabria e Campania, nella classifica delle regioni italiane con la presenza di un più alto tasso di criminalità organizzata.
Il lavoro giornalistico qui riportato non è il frutto di fantomatici voli pindarici ma la giusta e onesta , anche da un punto di vista professionale, elaborazione di dati, inchieste, relazioni di magistrati e delle commissioni nazionali antimafia succedutesi in questi anni che alla sola lettura dovrebbero far rabbrividire il lettore. Ma si sa nel Paese di Biutiful Cauntri dove la corrotta classe politica, già da tempo rinviata a giudizio, continua a stipulare compromessi storici e a dispensare prebende alle proprie clientele politiche, pur di non pagare le proprie pendenze alla giustizia, non possiamo aspettarci altro che tanta indifferenza quando ad emergere dall’attenta ed equilibrata penna di un giornalista è la dura, nuda e cruda verità.
Ciò che convince di questo lungo ma attento lavoro è proprio la capacità di analisi di ciò che accade nel diverse aree geografiche del Paese fino a quella più dettagliata, e qui si raggiunge la seconda parte del volume, quando la lente di ingrandimento viene posta su quei comuni dove corruzione, infiltrazione e per farla breve i patti tra la mala politica e la criminalità organizzata hanno rappresentato l’unico vero statuto che sia stato rispettato.
Un libro che meriterebbe un’attenzione ben diversa da quella che ad esso possono riservare delle semplici recensioni ma, e questo è triste, scriverlo, nell’Italia del dopo Gomorra sembra che nulla meriti un’attenzione maggiore.
Pietro Nardiello
fonte Articolo21










