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La mafia come metodo

"Mafia il contagio dilaga" 2 marzo 2009 in La Repubblica Palermo


Venerdì 27 febbraio, in un'aula della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Palermo piena di studenti e di professori ma anche di persone interessate al problema, il procuratore aggiunto della repubblica Roberto Scarpinato, il senatore del PD Giuseppe Lumia, il professore di Diritto Penale Giovanni Fiandaca e il professore di Storia Contemporanea Carlo Giuseppe Marino hanno presentato l'ultimo libro di Nicola Tranfaglia Perché la mafia ha vinto. Classi dirigenti e lotta alla mafia dall'Unità ad oggi edito dalla Utet Libreria nel 2008 e ora alla seconda edizione.

Ne è seguita una vivace discussione sulla situazione attuale e sugli aspetti più rilevanti della situazione politica ed economica attuale. Amelia Crisantina ha pubblicato due giorni dopo sulla cronaca palermitana de La Repubblica l'intervista che segue a Nicola Tranfaglia.

"Un titolo dell'ormai lontano 1991 - La mafia come metodo - è la premessa al libro di oggi: vi ritroviamo gli stessi interrogativi, sul filo di uno scoramento civile divenuto con gli anni sempre più allarmato. Le grandi questioni attorno a cui lo storico ha continuato a interrogarsi, nei quasi vent'anni che separano i due titoli, direttamente chiamano in causa i caratteri di fondo dello Stato nazionale. A partire dalle modalità della sua formazione. La conversazione con Tranfaglia prende il via dall'interrogativo su cui inciampa ogni ragazzo, non appena comincia a riflettere sui motivi dell'eterna emergenza italiana.

Perché la mafia si sviluppa in Italia, invece che negli altri Paesi europei?

Dipende dal modo in cui è avvenuta l'unificazione, soprattutto dalla storia del Mezzogiorno. Da come è stato governato il Mezzogiorno per secoli, generando delle componenti che dal Sud si sono poi diffuse in tutta la penisola.

Aveva ragione chi temeva lo "stile" meridionale?

Il Sud Ha conquistato il Nord, non c'è dubbio. Un certo modo di agire è stato trasferito al resto d'Italia

E lo Stato appena formato che ruolo aveva?

L'Italia unita ha governato il Sud come una colonia, considerandolo un paese inferiore. Si è dimostrato ai meridionali che lo Stato, come occasione di crescita civile, era assente. E che il dominio che veniva ad instaurarsi non era democratico.

Come si è presentato il mafioso per essere accettato?

Con un duplice volto, ha fatto da garante e da intermediario. La mafia militare è un aspetto eclatante del fenomeno, ma è un modo "visibile" di usare violenza. Ma i danni permanenti vengono creati dal radicarsi del metodo mafioso, adottato dai colletti bianchi per acquisire spazi di potere e che si diffonde al di fuori del suo habitat naturale.

La mafia come collante dello Stato italiano sin dal suo nascere. E' così?

La componente mafiosa è un aspetto centrale della nostra storia, anche se in genere gli storici italiani non hanno capito l'importanza di un fattore che avrebbe finito per condizionare molti altri elementi. E del resto si è studiato molto poco il carattere delle classi dirigenti italiane. Che sono state espressione di una società molto fragile, e non hanno avuto ostacoli nel comportarsi come si sono comportate.

I caratteri negativi le sembrano particolarmente presenti nella storia meridionale?

Escludo una ragione antropologica, le ragioni sono storiche. Derivano dal modo in cui si è sviluppato il potere, e dal rapporto tra classi dirigenti e popolazione. Alla fine ad affermarsi non è il modello che per comodità chiameremo europeo, legato all'osservanza delle regole. A vincere è un modello imperniato sul politico che chiede favori e, a sua volta, crea clientele.

Quindi la mafia come metodo di esercizio di potere?

Un metodo vincente, che si diffonde: la Sicilia è una regione importante nell'equilibrio del nuovo Stato unitario. Nel mio libro ho cercato di seguire le tracce di questo elemento fondamentale della storia politica italiana, a partire dall'Unità. E ho osservato il carattere di pervasività che il metodo mafioso assume nelle regioni in cui è dominante. Le tre mafie storiche dell'Italia nascono in Sicilia, Calabria e Campania: col tempo si è aggiunta la Puglia, in parte il Lazio. La Basilicata è l'ultima arrivata. Come cittadino mi chiedo se queste condizioni siano conciliabili con la nostra Costituzione, con l'idea che abbiamo della democrazia.

C'è stata l'avanzata di quella che nel 1876 Leopoldo Fianchetti chiamava "borghesia mafiosa" ?

Si, sullo sfondo della debolezza della tradizione democratica italiana. Non dimentichiamo che questa debolezza è stata una delle ragioni di fondo dell'affermazione del fascismo. Le classi dirigenti italiane hanno dimostrato una forte tendenza all'illegalità, Gramsci scriveva sul "sovversivismo" delle classi dirigenti. E una borghesia mafiosa che non ama la democrazia, né la competizione per merito.

Che cosa determina il puntuale fallimento dei movimenti antimafia?

La lotta contro le associazioni e i metodi mafiosi non è mai stata posta al centro della cultura democratica. Le lotte sono state delle reazioni, di fronte a episodi particolarmente gravi. Probabilmente non ci si è mai resi conto del potere inquinante del metodo mafioso, all'interno della vita sociale.

Un metodo che appare ben radicato. Siamo oltre il livello di guardia?

In Italia i metodi mafiosi si sono molto rafforzati negli ultimi quindici anni, penetrando le strutture dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Oggi viviamo un momento di particolare vulnerabilità, la maggioranza di governo è percorsa da idee poco democratiche. L'esempio, il cattivo esempio viene dall'alto. L'egemonia culturale del sistema mafioso è un dato di fatto. Il metodo mafioso è arrivato in molte istituzioni, a partire dall'Università.

La lotta alla mafia viene demandata alla magistratura: ma è un compito della magistratura?

La repressione è necessaria, però non è sufficiente. Il vero problema non è legato ai singoli, e la magistratura persegue singoli reati. La vera emergenza è l'egemonia del metodo mafioso, che è terribilmente diseducativo. Come si fa a dire ai giovani di avere fiducia nelle istituzioni?

Bisogna ripartire dalla formazione delle classi dirigenti? Dall'educazione civica?

Anche dall'educazione civica. In Norvegia i ragazzini studiano educazione civica in modo intensivo, in Italia no. I risultati si vedono. Solo una lotta culturale può arginare il dilagare di un metodo: una lotta per la democrazia, che metta l'uguaglianza dei cittadini al centro della battaglia.

Le battaglie culturali sono lunghe e incerte...

Assistiamo alla costruzione pubblica di un diritto della disuguaglianza, con la depenalizzazione dei comportamenti criminali delle classi dirigenti e la criminalizzazione delle classi marginali. Solo con la consapevolezza democratica della necessità di una battaglia culturale per formare le nuove generazioni c'è la possibilità di vincere.

fonte: nicola tranfaglia .com


Perché la mafia ha vinto. Classi dirigenti e lotta alla mafia nell'Italia unita (1861-2008)

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nel paese ... dei balocchi ...

Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto. Dico così perché anche i nemici della democrazia non sono ancora del tutto consapevoli del potere della televisione. Ma quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi.
Karl Popper

Anarchico è colui che dopo una lunga, affannosa e disperata ricerca ha trovato sé stesso e si è posto, sdegnoso e superbo "sui margini della società" negando a qualsiasi il diritto di giudicarlo.
Renzo Novatore (da I fiori selvaggi, in Cronaca Libertaria, 1917). 

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