Dalla parte dei cittadini: come difendersi dal quotidiano inganno del sistema bancario
Da anni Elio Lannutti combatte le truffe e gli abusi compiuti dalle banche ai danni degli italiani. Fondatore dell’Adusbef, una delle più autorevoli associazioni di tutela dei consumatori specializzata nel settore bancario, finanziario e assicurativo, è ormai pubblicamente riconosciuto come il paladino dei risparmiatori.
Da un’esperienza profonda, vissuta sempre in prima linea, nasce un saggio di incredibile attualità, nel quale l’autore osserva e giudica la realtà dal punto di vista di noi cittadini.
Con una graffiante prefazione di Beppe Grillo, La Repubblica delle banche denuncia fatti e misfatti del più potente e corrotto dei sistemi di potere occulti, l’unico che quotidianamente compie illeciti legalizzati, ordina leggi a proprio vantaggio ed esercita un rigido controllo sui mass media italiani e di tutto il mondo.
Con il concorso della Banca d’Italia, vera e propria società per azioni posseduta e diretta dalle stesse banche su cui dovrebbe vigilare, o’ sistema bancarioagisce indisturbato sulla pelle di milioni di cittadini, casalinghe, pensionati, utenti e piccoli imprenditori, ricattati da soprusi a volte lampanti, a volte sottili e difficilmente perseguibili.
 Alla fine degli anni ottanta, quando gli elettori lombardi sanzionano l'arroganza e la corruzione della classe politica votando per la Lega Nord, si fanno sedurre dall'intemperanza anche lessicale di Umberto Bossi. La sua "idiozia" politica, le maschere che di volta in volta indossa diventano la chiave del suo successo. Il suo stile verbale rievoca il buffone della tradizione medievale, non rispettando niente e nessuno, e deridendo a più riprese le istituzioni. Con lui la pratica politica smarrisce ogni riferimento di senso, diventando una giravolta di annunci, minacce, promesse e intenzioni, in una parola "spettacolo". Il suo linguaggio e le sue maniere rimandano ai personaggi della Commedia dell'arte: il politico Bossi si trasfigura nella maschera Bossi. Come emerge da questo approccio etnografico, la Lega Nord non si limita a rappresentare le maschere più profonde dell'immaginario collettivo attraverso l'invenzione di un linguaggio tutto "suo", ma ha campo libero per fare politica nel senso più classico del termine, cioè creando miti. La Lega si dimostra più gramsciana della sinistra, conquistando l'egemonia culturale e investendo in modo ramificato tutti i settori della società. La semplicità lessicale, popolare e dialettale agìta contro l'arroganza delle classi colte e urbane si trasforma nel suo contrario: l'arroganza della semplicità.
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 La presentazione e le recensioni di "Grazie no. 7 idee che non dobbiamo più accettare", saggio di Giorgio Bocca edito da Feltrinelli. Anche in Italia, il libretto di Stéphane Hessel "Indignatevi!" ha avuto un notevole successo: ma forse non c'è bisogno di andare in Francia a cercare un autore in grado di parlare come coscienza critica di un paese e di articolare una critica delle nostre condizioni attuali a partire dalle basi ideali della Resistenza al nazifascismo. Giorgio Bocca è il testimone per eccellenza di quei valori fondanti e di un'attività instancabile di ricerca della verità: per questo il suo nuovo libro individua una serie di idee a cui ci siamo assuefatti e che invece dovrebbero farci sobbalzare, farci scuotere dal torpore, farci reagire per cambiare. Dal mito della crescita infinita a quello della fine del lavoro, dall'inevitabilità della corruzione all'equivalenza tra fascisti e antifascisti, dall'incontrastato dominio sulle nostre vite della finanza e della tecnologia all'impoverimento della lingua e all'involgarimento dell'informazione. Un breve libro per illuminare la notte italiana e incenerire i falsi idoli e i luoghi comuni che ci propinano e vorrebbero farci accettare.
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« Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano. »
(Italo Calvino) |
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Manuale di autodifesa dalle religioni (quasi tutte) di Spinoza, Vauro Senesi
Dubitare è facile, se sai come farlo: il collettivo più spietato del web incontra un monumento della satira italiana per raccontarci con ironia perché credere non conviene quasi mai.
Un libro senza precedenti, illuminante, esilarante, indispensabile. Credete a noi…
Le religioni sono tante che non ci si crede.
In un momento in cui quelle uffciali attraversano una fase di declino, decine di nuovi culti più o meno raccomandabili hanno approfttato per prosperare e diffondersi: caderne preda è più facile di quanto sembri, anche per gli scettici più irriducibili (anzi, forse ci siete già dentro fno al collo e non lo sapete). In questo esilarante Manuale di autodifesa dalle religioni Vauro e Spinoza raccontano il loro viaggio attraverso tutti i principali culti, più o meno pagani, in voga ai nostri tempi. Dal Cristianesimo alla Apple, dal Calcio al Padanesimo, dal Vegetarianesimo a Scientology, i nostri eroi hanno sacrifcato il loro corpo e la loro anima per permettere al lettore di districarsi con agilità da ninja in una delle attività più controverse di tutta la storia dell’uomo: il credere. Grazie a queste illuminanti pagine Vauro e Spinoza spazzeranno via tutti i vostri dubbi sulla fede, sostituendoli con altri più grandi, facendovi tra le altre cose risparmiare un sacco di fatica: loro le religioni le hanno provate (quasi tutte), così non dovrete farlo voi.
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 Silvio Berlusconi non è più capo del governo ma le tossine sparse nella società italiana in questi anni resteranno a lungo. Folto è il catalogo degli epiteti scagliati sui magistrati più rigorosi: golpisti, malati di mente, eversivi, cancro da estirpare. Fino ai manifesti elettorali che intimavano “fuori le Br dalle procure”. Ma più grave è stato l’impegno del parlamento nel difendere interessi particolari attraverso iniziative vestite da riforme “epocali” della giustizia: il processo prima “breve” e poi “lungo”, la “prescrizione breve”, la separazione delle carriere. Obiettivo: ridurre l’indipendenza della magistratura, consegnare al potere politico il controllo delle indagini. Un “sabotaggio istituzionale” che Caselli documenta con passione in queste pagine. Avvertendo che il problema della legalità in Italia non è nato con Berlusconi e non si esaurisce con la sua vicenda politica. Lo spiega con la consapevolezza di chi di volta in volta si è sentito accusare di essere il “servo sciocco di Dalla Chiesa” contro il terrorismo, “comunista” e “toga rossa” contro la mafia, o addirittura “mafioso” contro le bombe carta delle frange estremiste in Val di Susa. Perché in Italia la pretesa di non subire il rigore delle leggi è diffusa e resistente. Eppure, ci ricorda l’autore, la legalità costituzionale è inseparabile dalla democrazia. E spetta agli uomini liberi difenderla.
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Storie di società ed economie criminali della porta accanto
Un libro per raccontare storie di economia criminale e di mafie fuori dai confini ristretti del Sud, in territori lontani da quelli originali dei clan mafiosi, dove si parlano lingue e dialetti diversi ma dove non è necessario essere poliglotti per riciclare enormi capitali sporchi e investire nell'economia legale e illegale.
Sotto la lente la penetrazione di ‘ndrangheta, Cosa nostra, camorra e Sacra corona unita in ogni settore della vita sociale, economica, politica e finanziaria in aree del Paese ritenute finora incontaminate come le province di Trento e Bolzano, il Friuli-Venezia Giulia, l'Abruzzo, il Molise e la Sardegna e in zone sempre più prese di mira come il Lazio, la Toscana, l'Emilia-Romagna. Roma ... – capitale delle mafie internazionali – dove le bande spartiscono il business con chi è in grado, nelle stanze che contano, di accrescerne potere e profitti, nel libro merita un capitolo tutto suo.
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Quasi ogni giorno, giornali e tv danno notizia di operazioni antimafia con arresti in diversi Paesi. Brevi servizi che non lasciano traccia nell’opinione pubblica, assuefatta e indifferente. In fondo, si pensa, sono storie che non toccano la nostra vita. Eppure, se si raccontasse che dietro queste operazioni c’è una realtà in cui narcotrafficanti della ’ndrangheta movimentano tonnellate di cocaina dal Sud America e comprano mercantili come fossero auto usate; che mafiosi condannati in Italia e ricercati vivono come imprenditori «coccolati» in Sudafrica; che la camorra ha creato una multinazionale del falso di marchi prestigiosi con filiali in tutto il mondo; che in Germania il traffico di droga degli ultimi vent’anni è passato per le pizzerie calabresi; che la ... Spagna è terra di conquista per i boss nostrani, che ne cementificano le coste e le usano come approdi per le loro partite di droga. Di fronte a questo scenario – in cui il fatturato annuo di ’ndrangheta, Cosa Nostra e camorra, circa 130 miliardi di euro, è superiore al Pil di tre piccoli Stati europei, e quasi il 10% della popolazione attiva nel Mezzogiorno lavora nell’«industria mafiosa» – si resta sgomenti. Qual è il confine fra economia pulita e criminale? Di cosa parliamo quando ci riferiamo alle mafie italiane nel mondo? E fin dove sono arrivate?
A tali interrogativi, Francesco Forgione risponde raccontando i principali progetti di «colonizzazione» economica mafiosa, chi li ha portati avanti e come sono andati a finire. E grazie alla mappatura completa della dislocazione globale delle «famiglie», fotografa lo stato attuale della «globalizzazione occulta» delle tre mafie italiane. Uno strumento unico per capire le dimensioni di quell’«economia canaglia» che intossica il mondo, più di quanto possiamo immaginare.
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Di seguito riportiamo un capitolo del libro “Assedio alla toga (un magistrato tra mafia, politica e Stato)”, un’intervista a Nino Di Matteo di Loris Mazzetti, dove il pm anti-mafia rompe il suo riserbo per spiegare come la Riforma costituzionale della Giustizia, la legge bavaglio, il processo breve metterebbero a rischio la democrazia.
Qualche tempo fa Silvio Berlusconi si è scagliato contro i giornalisti, gli scrittori, gli sceneggiatori che, scrivendo di mafia, infangano l’immagine dell’Italia all’estero: “La mafia italiana risulta la sesta organizzazione criminale al mondo, invece è la più famosa per colpa di chi scrive libri come Gomorra” ha detto, riferendosi a Roberto Saviano e agli sceneggiatori de “La Piovra”, un successo mondiale. E ha concluso con: “Andrebbero strozzati”, dimenticando che trasmissioni come La Piovra hanno alzato il livello di guardia e soprattutto sensibilizzato l’opinione pubblica, accendendo la luce sulla mafia. L’affermazione dell’onorevole Berlusconi sui giornalisti che “andrebbero strozzati”, somiglia (oggettivamente e pericolosamente) a quella profonda insofferenza nei confronti delle trasmissioni che parlano di mafia che spesso cogliamo nelle parole di tanti mafiosi, anche attraverso le intercettazioni. Cosa nostra ha sempre avuto un importante obiettivo: che di mafia non si parli. Perché i boss sono consapevoli che è nel silenzio, nell’ignoranza generalizzata sul fenomeno che i loro torbidi affari, gli intrecci con l’economia e con l’imprenditoria possono dipanarsi più agevolmente. Sarebbe enormemente gradito ai mafiosi che sparissero dai palinsesti televisivi tutti i programmi che parlano di mafia, in particolare le poche inchieste giornalistiche di approfondimento.
Quanto fastidio hanno dato ai mafiosi – e al contrario quanto stimolo positivo hanno rappresentato per tanti di noi – le inchieste giornalistiche di Pippo Fava in Sicilia? In un panorama in cui il paludatissimo Giornale di Sicilia degli anni Ottanta si limitava a fare il conto dei morti senza mai approfondire le ragioni più vere di ciò che stava accadendo, leggevamo, invece, nel mensile I siciliani, storie che da giovani studenti appassionati delle cose siciliane ci hanno stimolato a cercare di conoscere, approfondire, guardarci intorno, a cercare di comprendere cosa c’era dietro al fenomeno dei cavalieri del lavoro a Catania o allo strapotere politico di Salvo Lima a Palermo, di conoscere ancora gli enormi privilegi dei parlamentari e dei governanti della Regione siciliana o approfondire il contesto e le ragioni che portarono all’omicidio Dalla Chiesa. Quel giornalismo d’inchiesta ha rappresentato, per quella che poi è divenuta una parte significativa della classe dirigente o comunque della società civile siciliana, una splendida palestra in cui cercare di formare la propria coscienza sociale. Oggi di quel tipo di giornalismo si avverte, con rimpianto, un gran bisogno. (…)
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